Sardegna meravigliosa

IL MEILOGU

Guida turistica a cura di Maria Grazia Pais


Il MEILOGU: UN PO' DI STORIA
Il toponimo Meilogu, di denominazione medievale, deve la sua origine alla centralità di quest'area rispetto al giudicato di Torres. Dal momento che locu o logu indicava lo Stato, Mesu-locu (poi con l'evoluzione linguistica Meilogu) significa appunto al centro del regno. Centro per diversi secoli, non solo dal punto di vista geografico, ma anche economico ed umano. Una regione dai mille colori e dai mille paesaggi, dalla pianura intensamente coltivata detta Campu Giavesu, alla cosiddetta Alvernia Sarda vulcanica, all'altopiano a pascoli nei pressi della Campeda. Un territorio fertile, ricco d'acqua e soprattutto al sicuro dai pericoli che nei secoli scorsi potevano arrivare dal mare. Insomma, un rifugio ideale per le popolazioni che vi si sono stabilmente insediate, sviluppando una nutrita serie di villaggi che ha fatto della zona una delle più popolose dell'isola. Ha contribuito a tutto ciò anche una grande disponibilità di materiale per l'edilizia, dal calcare alla trachite al basalto dovuto in parte alle antiche colate laviche fuoriuscite dai numerosi vulcani sparsi sul territorio. Da non dimenticare poi la fortuna del territorio di essere attraversato dalle vie di comunicazione che necessariamente per collegare il nord e il sud dell'isola dovevano passare di là. Alla luce di tutto ciò è assai comprensibile come sin dalla lontana Preistoria ci furono insediamenti umani dei quali un po' dovunque si ritrovano tracce. I più antichi risalgono al neolitico antico (VI-V millennio a.C) e le ricerche eseguite nelle grotte di Filiestru presso Mara e di Sa Korona nei dintorni di Thiesi hanno dimostrato che questi siti sono stati utilizzati dall'uomo come rifugio e abitazione fino all'età del bronzo medio. La ricchezza dei reperti rinvenuti ha permesso di articolare il neolitico antico in tre fasi simili a quelle del neolitico mediterraneo occidentale, caratteristica questa che fino ad oggi non è stata riscontrata in altre zone della Sardegna.
Si sono poi susseguite le culture di Bonuighinu, di San Michele e di Bonnanaro con la quale si entra nell'età del bronzo.
Dal 1500 al 500 a.C si sviluppò, come nel resto dell'isola, la civiltà nuragica che in questa zona conobbe un grande sviluppo documentato dal numero e dalla maestosità dei principali manufatti architettonici, cioè i nuraghi e le tombe dei giganti. I reperti trovati documentano un periodo di grande floridezza caratterizzata dallo sviluppo di un'economia di scambi commerciali con le genti d'oltremare: gli Iberici, i Fenici e soprattutto gli Etruschi (pare avessero anche in queste zone come in tutta la Sardegna settentrionale, una sorta di esclusiva negli scambi commerciali dei prodotti e dei manufatti).
Tra la fine dell'VIII e gli inizi del VII secolo a.C cominciò il declino della civiltà nuragica coincidente con l'instaurarsi dell'influenza fenicio punica che iniziò con la diffusione capillare degli scambi commerciali sino a divenire intorno al 500 a.C vera e propria dominazione con la conquista della Sardegna da parte dei Cartaginesi.
Doi età fenicio punica le tracce sono invece scarse perché ciò è indice di commercializzazione piuttosto che di insediamenti veri e propri. Dopo le alterne vicende delle guerre puniche comincia la dominazione romana: nel 238 a. C anche il Meilogu seguì le sorti del resto dell'isola, che divenne provincia romana.
L'insediamento romano, riscontrabile sul campo da numerosi reperti, durò ininterrottamente fino alla conquista da parte dei Vandali avvenuta nel 446 d.C. e durata fino al 534 anno in cui il territorio venne riconquistato dai Bizantini.
Anche questa fu un'epoca di espansione economica e di diffuso benessere. L'invadente presenza saracena e longobarda nel Mediterraneo provocò o favorì l'isolamento della Sardegna nei confronti del resto dell'impero, soprattutto dopo la caduta di Cartagine avvenuta nel 698.
La frequente impossibilità di inviare le ingenti somme provenienti dai tributi e l'opportunità di poterle utilizzare in loco per scopi difensivi nell'interesse dell'impero, favorì l'instaurarsi di un'amministrazione sempre più autonoma, fino ad arrivare alla completa indipendenza amministrativa e politica da Bisanzio. Nel Medioevo l'abbondanza d'acqua che non trovava sfogo verso il mare determinò la nascita di paludi che resero la zona malsana, favorendo la malaria e costringendo le popolazioni a rifugiarsi in località più elevate, ecco perché molti dei paesi che andremo ad esaminare si trovano ancora oggi sulle alture. Le testimonianze relative a questo periodo sono molte e interessanti, soprattutto resti di carattere religioso (ricordiamo la chiesa di Santa Maria de Iscalas a Cossoine databile intorno al IX secolo a. C). Il fatto che intorno alla 1° metà del secolo XI si abbiano notizie documentali del giudicato di Torres, fanno pensare che l'istituzione di questo regno possa risalire al X secolo d.C. Si passa così all'età giudicale, un'epoca particolarmente confusa a causa della scarsità delle notizie. Fu questo un periodo di relativo benessere economico al quale contribuirono i monaci benedettini giunti intorno ai primi anni del XII secolo per volontà del Giudice Barisone I. Inizialmente si insediarono a Monte Santo, nella chiesa e monastero dei SS. Elia ed Enoch e a Mesumundu. Poi sorsero gli importanti centri di San Pietro di Sorres, Nostra Signora di Cabuabbas, San Nicolò di Trullas e Santa Maria di Cea.
Dopo la morte di Adelasia (1255) ultima giudice di Torres e del marito Enzo (1279), a seguito della battaglia della Meloria che segnò la fine dell'influenza pisana nel Logudoro, il giudicato di Torres venne diviso fra Mariano II, Giudice di Arborea, e la famiglia dei Doria, dei Malaspina e degli Spinali.
Questa parte del territorio toccò ai Doria che ne ottennero l'investitura baronale dal re d'Aragona Giacomo II. Essi cercarono di consolidare il loro potere, fortificarono il castello di Pelao precedentemente ottenuto dal giudice di Torres ed eressero il castello di Bonvehi, quello di Monteleone Roccadoria e la roccaforte di Giave.
Agli inizi del '400 anche i Doria parteciparono alla sollevazione contro gli Aragonesi. Nicolò Doria venne sconfitto, e dopo l'assedio, durato tre anni, della fortezza di Monteleone, nel 1436 fu fatto prigioniero.
Da questo momento il Meilogu fu governato dagli aragonesi che introdussero il regime feudale.Il territorio fu diviso in baronie, contee e marchesati fra diverse famiglie di nobili catalani. L'influsso aragonese è testimoniato falle strutture architettoniche gotico catalane di diverse chiese.
Agli aragonesi con l'unione delle corone di Aragona e di Castiglia, succedettero gli Spagnoli: a questo punto però la storia del Logudoro-Meilogu si frammenta e si identifica con la storia delle famiglie che lo governarono. Per la gente di queste contrade il nuovo sistema di governo fu una vera fattura. Le comunità si trovarono improvvisamente gravate di tasse e balzelli di ogni genere ai quali furono sempre meno in grado di far fronte. Le popolazioni rurali andarono incontro ad un progressivo impoverimento ed in molti casi abbandonarono le campagne, divenendo servi dei signori nei grossi centri oppure si diedero ad azioni di brigantaggio.
Fu in questo periodo che si spopolarono ed andarono distrutti ben 34 villaggi. Quello di Villanova Montesanto, situato in regione Mesumundu, per esempio fu distrutto per ben due volte dai briganti.La povertà e l'ignoranza mutarono definitivamente la fisionomia di questi luoghi una volta fertili e prosperosi.
Tali disagiate condizioni di vita provocarono diversi moti di ribellione ma vennero sempre soffocati con il sangue.
Le cose non cambiarono neppure nei primi tempi della dominazione sabauda. Fu in questa epoca la ribellione antifeudale più intensa e significativa. Fu capeggiata da Giovanni Maria Angioy e accese gli animi della maggior parte dei sardi e le popolazioni del Logudoro Meilogu vi parteciparono con grande animosità e convinzione.
Dopo i primi successi, anche questo tentativo fallì miseramente, ma il malcontento non si placò e anzi proprio il Meilogu fu il centro di una nuova rivolta. A Thiesi fu sottoscritto un patto antifeudale al quale aderirono quasi tutti i paesi vicini. Dopo le iniziali premesse, il governatore conte Mariana fece organizzare un piano per sedare la rivolta ed il 6 ottobre 1800 Thiesi fu attaccata e saccheggiata dalle milizie regie e da torme di briganti ai quali era stata promessa l'amnistia. Nel 1836 sotto Carlo Alberto fu abolito il sistema feudale.
Oggi il Meilogu è localizzato nella parte sud occidentale del Logudoro e comprende 16 paesi: Banari, Bessude, Bonnanaro, Bonorva, Borutta, Cheremule, Cossoine, Giave, Mara, Padria, Pozzomaggiore, Rebeccu, Semestene, Siligo, Thiesi, Torralba.

BANARI
Posto in amena posizione ai piedi del Monte Sa Silva, circondato dal verde, possiamo visitare il paese di Banari (SS). La località spicca per la bella parrocchiale di San Lorenzo, situata nel centro storico ben conservato, con costruzioni in pietra rossa locale, ancora utilizzate come abitazione. Di antica impostazione, presenta una facciata neoclassica con campanile poligonale, anticamente dipendeva dall'abbazia di Saccargia.
Notevole anche la chiesetta di santa Croce, in pietra trachitica (sempre dell'ottocento) e la chiesa di San Michele festeggiato con manifestazioni religiose e balli. Interessanti i due lavatoi in pietra, con fonti d'acua sorgiva, ancora oggi molto frequentati dalle donne del paese.
In campagna, lungo la strada per Ittiri, a circa 5 km. dakl paese, è sicuramente da visitare la chiesa di Santa Maria di Cea. Eretta nel XII° secolo (1260) in stile romanico, originariamente era annessa ad un monastero camaldolese del quale rimangono rare tracce ed era dotata del privilegio di una porta santa. La sua fama è dovuta alla presenza di un simulacro della Vergine assai venerato dalle popolazioni del Meilogu.
Purtroppo come spesso accade con l'avanzare della modernità, nel nostro secolo si è persa ogni traccia del caratteristico lavoro artigianale che aveva procurato agli abitanti il nome di Furreddajos: la produzione di oggetti per la casa in terracotta, tra i quali dei particolari fornelli. Non ha avuto seguito neanche la scuola di scalpellini che, lavorando la pietra rossa presente nei dintorni, realizzarono stipiti e finestre per abbellire le case locali.
FESTE: 9-11 agosto: San Lorenzo; 8 settembre Madonna di Cea.

BESSUDE
Il paese di Bessude è disposto a gradinata sulle pendici settentrionali del Monte Pelao, nel cuore dei Meilogu, tra i paesi di Siligo e Thiesi. Dedito prevalentemente ad una economia agro pastorale, è singolare per la suggestiva posizione del centro storico, costituito da casette ad uno o due piani con i caratteristici tetti sardi comn le tegole. Come tanti altri cebtttri della zona, anche Bessude pè stata frequentata in età prenuragica e nuragica. Interessante la "tomba dei pilastri scolpiti", nella necropoli di S'Ena de Cannuia che presenta dei graffiti. Le altre invece hanno delle semplici decorazioni in ocra. Le vestigia che si vedono alla periferia del paese, ganno pensare che in passato fosse un centro assai popoloso. Si dice che fu distrutto dalla peste intorno al XVI secolo e ripopolato successivamente da alcuni uomini delle vicine terre di Ibilis e Sustana, ora deserte. Tra le rovine di questi due villaggi sono state ritrovate monete puniche e piccole corniole.
Merita una visita la chiesa parrocchiale di san Martino che fu costruita nel 1620 quando si dovette abbandonare l'antica chiesa di San Leonardo in rovina fuori dal paese. L'edificio è una costruzione di attardate forme gotiche, purtroppo molto rimaneggiato nel nostro secolo. Vi è sepolto Francesco Carboni, morto a Bessude nel 1817. Egli ebbe fama di esser uno fra i migliori latinisti del suo tempo. Pur essendo molto devoto al Papa rifuitò un posto onorifico nella cancellerfia di Pio VII per restare nel suo paesino e cintinuare gli studi. Presso la periferia sud si trova invece la chiesa di San Leonardo (XIV secolo) in stile romanico gotico. A tre navate, con volte a costoloni scolpiti, presenta una semplice facciata a capanna, coin un campanile biforato a vela e abside contraffortata.Per finire suòlla strada per Thiesi si incontra la chiesa di Santa Maria de Nuraghes, risalente al '500 e più volte rimaneggiata. Ha un portico coperto che parte dalla facciata e finisce sul muro esterno di una cappella. L'insieme è in sostanza molto piacevole.
FESTE: agosto: Assunta; 11 novembre San Martino.

BONNANARO
Sorge alle falde del monte Pelao ed è rinomato per al produzione delle ciliegie e dei vini. Nelle campagne del paese si sviluppò la cosiddetta Cultura di Bonnannaro, cultura prenuragica di estremo interesse che ci ha lasciato notevoli vestigia soprattutto in località Korona Moltana. Intorno al 1800 a.C genti provenienti dall'area occidentale del Mediterraneo si inserirono nella già presente cultura di San Michele di Ozieri e vi lascairono il primo segno della loro presenza in un uipogeo ricavato nella roccia a proiezione orizzontale. Rinvenuto alla fine dell'800 la tomba consta di un atrio scoperto, di un ampio vano d'accessoe di una cella minore nel cui pavimento erano ricavatio invcavi per offerte e libagioni ai defunti che giacevano nella parte più interna della cella. I corredi recuperati costituiscono il nucleo della cosiddetta cultura di Bonnanaro cui si assimilarono una serie di rinvenimenti provenienti soprattutto dalla sardegna occidentale e meridionale.
Territorio che è stato un brulichio di popoli, ci offre in località Sas Turres i resti di una mansio, stazione di posta di epovca romana, tra le strade per Olbia e Porto Torres. Uil centro storico, in parte integro, conta palazzi del XVII e XVIII secolo e resti di case anche precedenti. Neoclassica, la facciata della parrocchiale di san Giorgio dei primi anni anni dell'800 si trova nella piazza all'ingresso del paese. La chiesa fu edificata nelk 1530, di forma classicheggiante, con falso portico e sovrastante lunetta. Vi si è affiancato un'esile campanile con cella campanaria cuspidata ed orologio. All'estremità del possibile è visibile la chiesa di Santa Croce (1624) e presso le pendici del Monte Pelao i resti della chiesa di santa Maria il cui elemento di maggiore pregio è il portale riccamente lavorato. Interamente in pietra, è ad una sola navata e purtroppo parzialmente diroccata conserva l'epigrafe che reca la data di costruzione 1628. A brevissima distanza troviamo invece la chiesa di Santa Barbara che, recentermente restaurata ha visto un impiego eccessivo di intonaco e cemento. Ad est del paese, a circa 5 chilometri, da mon perdere la graziosa chiesetta di Monte Arana (santuario della Madonna delle Grazie, ad una navata con volta in travi di ginepro e cumbessias) fatta costruire nel settecento da una famiglia locale. La facciata in pietra è ingentilita da un campanile a vela e dalle aperture ogivali dei due ingressi. Ha subito diversi rimaneggiamenti, l'ultimo dei quali risale al 1980. Vi si può godere uno splendido paesaggio.
FESTE: 22-24 aprile: san Giorgio; 16 Ahgosto: santa Barbara; 8 settembre: Nostra Signora di Monte Arana; 3 dicembre: santa Barbara.

BONORVA
Lungo la Carlo Felice, all'altezza della cantoniera di Cadreas, troviamo, a circa 165 chilometri da Cagliari, il paese di Bonorva, un grosso borgo di gradevole aspetto situato sull'altopiano della Camoeda, al centro del Meilogu.
Si dice che il nucleo originario di Bonorva fosse ubicato intorno alla chiesa di san Giovanni Battista (nell'attuale Corso Umberto). Nel 1353 gli aragonesi distrussero il borgo, cpstringendo il Giudice di Sarborea Mariano IV a fondare, sull'altopiano di "Su Monte", un nuovo villaggio chiamato San Simeone, proprionel luogo in cui nel corso dei secoli si erano susseguite diverse popolazioni. Questa sede fu però abbandonata quasi subito, forse per il troppo freddo, ma più probabilmente a causa della peste del 1376.
Srcondo la leggenda invece san simone fu distrutto da "sa musca maghedda2, uno spaventoso insetto che portò ovunque morte e rovina: con questo terribile castigo Dio aveva voluto punire la comunità per i troppi èeccasti. La distruzione continuò fino a quando intervenmne un "uomo giusto", che riuscì a catturare e arinchiudere in un'anfora gli spietati animali. L'anfora fu sotterrata nella Chiesa di San Simeone, con la minaccia di aprirla in caso di comportamento poco corretto da parte della gente. Gli abitanti atterriti, decisero do abbandonare quel luogo e di lasciare, in segnp o doi devozione, parte delle loro ricchezze a san Simeone. Il tesoro fu però nascosato in un'anfora ugualr a quella tremenda che custodiva le "mosche", cosicchèda allora mnessuno ha mai tentato di impossessarsene! I superstiti ridiscesi a valle riedificarono Bonorva a poca distanza dalla sede originaria, intorno alla chiesa di santa Vittoria la Parrocchiale di un luogo chiamato Muristene (forse per la presenza di un monastero). Intorno alla chiesa vi erano delle casupole che osèpitavano i pellegrini e la povera gente, accorsa lì in occasione della festa in onore della santa (15 maggio). Col passsare del tempo, molte di queste persone decisero di stabilirvisi definitivamente dedicandosi all'agricoltura e alla pastorizia. I profughi di San Simeone, unitamente a quelli della vicina Rebeccu, diedero così origine all'odierno paese di Bonorva. Un'altra leggenda parla di una terza comunità, che avrebbe contribuito alla nascita del nuovo villaggio. Si tratta degli abitanti di Trequiddo, un fiorente paese non troppo lontano da Muristene. Su di esso si abbattè la maledizione di Dio a causa della morte di un pre Don Sotgiu, ucciso da un tale chiamato Zirone Sechi. Il ragazzo aveva voluto così vendicarsi delle turpi attenzioni che il prete aveva riservatop alla sua promessa sposa e di molti altri dispetti fattigli dall'uomo di Dio. Perciò aveva voluto punirlo e lo aveva ucciso proprio menmtre celenbrava la santa Messa, durante l'elevazione dell'Ostia. Dopo questo episodio, ogni tipo di calamità (carestia, malaria, peste, ...) colpì il paese che fu abbandonato. Si dice che molte pietre delle case furono poi riutilizzate dalle popolazioni vicine, tutte meno quelle della casa di Zirone, il cui ricordo incuteva terrore nella gente. I pochi superstiti caricarono le loro povere cose e si allontanarono fino a quando i buoi, che trainavano il carro contenente le campane della chiesa, furono guidati dalla Provvidenza proprio a Muristene. Una variante di questo racconto afferma invece che i buoi si fermarono nella piazza dove sorge l'attuale Parrocchiale di Bonorva e che gli abitanti di Trequiddo vi edificarono la chiesa, in ricordo del loro paese (pare che le campane della chiesa siano proprio quelle di Trequiddo).
In realtà dei documenti attestano che Don Sotgiu fu ucciso solo nel 1664, mentre a provocare l'abbandono del paese non fu l'ira di Dio, ma la scomunica da parte della Santa Inquisizione.
Al di là delle leggende, il territorio di Bonorva fu abitato fin dai primordi. Gli scavi degli ultimi due secoli, hanno portato alla luce molti reperti dell'età nuragica, fenicio punica e romana. Tra i numerosi nuraghi presenti nella zona, possiamo ricordare il nuraghe Nuraabbas nel quale avrebbe dimorato un mostruoso gigante una sorta di Polifemo sardo che sarebbe stato infilzato durante il sonno nell'unico occhhio da un pastore imprigionato dal ciclope nella costruzione megalitica.
I dintorni dell'abitato di Bonorva rivestono grande l'importanza archeologica per i numerosi resti di nuraghi, per le domus de janas e le tombe dei giganti presso il Rio Molinu (lungo la strada provinciale per Giave) e soprattutrto per il recinto megalitico localizzato presso S. Andrea Priu.
Si dice che queste catacombe appartenessero ad un villaggio chiamato Frius, e che solo in epoca cristiana si iniziò a parlare di Sant'Andrea Priu, perché proprio S. Andrea in veste di penitente fu uno dei primi visitatori delle grotte. Si tratta comunque di tombe scavcate nella trachite rossa e risalenti al 300 1800 a.C. L'ipogeo fu riutilizzato più volte nel corso dei secoli, tanto che la cosiddetta "Tomba del Capo" è stata trasformata in una chiesa paleocristiana prima, bizantina poi (sono stati rinvenuti anche affreschi raffiguranti la Madonna). Purtroppo parecchie grotte sono ormai inaccessibili perché nel corso del tempo sono state vittime di atti vandalici, alcune sono state adedirittura chiuse con delle porte.
Sul pianoro sovrastante, vi è un masso di forma sinfolare, chiamato il toro. Non è ancora chiaro se la caratteristica figura acefalòa sia opera sdell'uomo o di Madre natura, ma appare chiaro che avesse un significato rituale.
Le tombe di Sant'Andrea Priu risalenti al Neolitico Recente sono scavate lungo un costone trachitico con utensili di pietra. Il defunto veniva in posizione fetale dopo che il suo corpo era stato scarnificato. Queto per evitare i cattivi odori e il rischio di malattie, dal momento che in molte di quelle celle i cadaveri sepolti erano più di uno, forse appartenenti ad un unico clan familiare. Accanto al corpo veniva posto il corredo funerario e lungo le pareti tracce di ocra che simboleggiava il dsangue. Infatti, per i nuragici esisteva la vita dopo la morte e dunque la posizione fetale, il corredo e l'ocra rossa come il sangue, erano un inno alla vita.
Domus IX: è crollato il vano d'accesso e dunque l'ingresso avviene dall'anticella dove è possibile notare sul terreno le cupelle ossia il luogo dove venivano poste le offerte votive.. All'interno, semicircolare, varie cellette funerarie. A questo proposito si può dire che puretroppo la necropoli ci ha restituito ben poco in quanto a suppellettili o corredi perché fino al Medio Evo ha subito diverse utilizzazioni e dunque adattamenti, alcuni particolari, come vedremo nella cosiddetta Tomba del capo. Domus VIII: tomba a capanna. Continua la simbologia Morte-Vita. Qui siu è addirittura riprodotta la capanna dei contadini che conducendo vita sedentaria avevano bisogno di una struttura bern più stabile di quella dei pastori come ben dimostrano i poderosi pilastri e il tetto a doppia falda. Anche in questa tomba è benm visibile il frequente riutilizzo fatto nel corso dei secoli dell'edificio.
Sull'altopiano di Su Monte invece, si celebrò uno degli ultimi momenti della resistenza nuragica di fronte all'avanz<ata cartaginese. Di notevole interesse i ruderi del villaggio di san Simeone, il nuraghe Su Monte e soprattutto iuo vero e proprio "castrum nuragico", composto da otto recinti megalitici, entro i quali sono stati ritrovati dei grossi proiettili di pietri (del peso di quasi mezzo chilogrammo l'uno). Di epoca carteginese è invece la fortezza di san Simeone (V secolo a.C) composta da due torri. Sempre a poca distanza dal centro abitato vi sono ruderi di costruzioni attribuite ad antichi abitati romani, sono stati rinvenuti diversi miliari che attestano il passaggio della strada che da Cagliari portava a Porto Torres, mentre i resti di una strada consolare sono in località Berraghe.
Per dare spazio al materiale ritrovato, è stato allestitro il museo civico ospitato nei lovali delle ex carceri, adiacenti alla secentesca chiesa di S. Antonio che conserva uno splendido altarwe di legno policronmo a due ordini di colonne tortili rosse. Ma la chiesa più importante di Bonorva è sicuramente la Parrocchiale di santa Maria Bambina. Narra la leggenda che in quel luogo vi era un bosco chiamato Malerva, frequentato da pastori trnsumanti che sostabano prer brevi periodi. Durante una di queste soste, apparve loro la Madionna del Bosco chiedendo che le fosse dedicata una chiesa. I pastori esaudieono il suo desiderio e la Madonna, per premiarli trasformò Malerva in Bonerva (cioè buoni pascoli). In realtà la chiesa fu fatta edificare da Monsignor Diego Passamar, che la consacrò nel 1614. La facciata, eclettica, presenta una forte commistione tra elementi darso romanici e tendenze gotico aragonesi. Ed è affiancata da un campanile gugliato. Di grande interesse il portale con arco a tutto sesto e timpano, incorniciayto da motivi floreali. L'interno è a tre naVATE di tre campate gotiche con volta a crociera e tre cappelle laterali per parte e conserva solo in parte le strutture originarie. Quasi dui fronte ad essa vi è una casa a due piani che conrtttibuisce a formare con lei un piacevole ambiente. L'edificio appartiene ad una cultura autoctona da cui è scaturita la facciata stessa della chiesa: è la casa più antica del paese.
Da ricordare anche la chiesa di santa Vittoria (antica parroxccgialr di Nmuristene), interdetta nel 1839 e completamente rifatta nei primi decenni del nostro secolo (attualmente è in corso un nuovo restauro) e la Chiesa di san Giovanni Battista consacrata durante il XII secolo.
A circa 500 metri dalla Necropoli di S. Andrea Priu, sorge invece la chiesa di santa Lucia. Risalente al XII secolo ha subito vari rimaneggiamenti l'ultimo dei quali ne ha stravolto la struttura originaria. Sono state abbattute anche le antiche cumbessias cioè le costruzioni accanto alla chiesa che ospuitacvano i pellegrini partecipanti alla festa ion onore della santa (1 maggio).
Dal punto di vista culturale Bonorva ha fa,a che si parli il puro logudorese tanto che viene chiamata la Siena sarda essa diede i natali al grande poeta Paolo Mossa (1818-1892).
Paese a prevalente economia agro pastorale vanta anche un fiorente artigianato del mobile, una ricca produzione di tappeti ed arazzi, euna piccola industria che utilizza le risorse locali (da ricordare l'imbottigluiamento dell'acqua minerale Santa Lucia). Nonostante tutto però non è mai riuscito ad avere un grosso sviluppo economico, tanmto che la crisi patita negli anni cinquanta, è stata da tutti attribuita alla malediziopjne di Maria Manca. Qiesta donna, bandita dalla comunità per le sue stregonerie (pare invece per i suoi facili costumi), prima di andare via avrebbe imprecato: "Mai remediu!" (Non avrete mai scampo!).
Bonorva merita dunque di essere inserita in ogni itinerario turistico attraverso la sardegna, ma non solo per le bellezze archeologiche ed artistiche, ma anche per quelle naturali. Indubbiamente merita una visita il monte Cujaru, un vulcano spento che rappresenta il prototipo del vulcano con il suo cono di deiezione ed il cratere ben delineato: un vulcano dunque nel cuore della sardegna!
FESTE: maggio: Santa vittoria; 23 giugno: San Giovanni.

BORUTTA
Il paese di aspetto montano sorge presso la valletta del Rio Frida tra il monte Pelao e il colle dove sorge la maestosa basilica di San Pietro do Sorres.
Tra Borutta e Torralba vi è la regione detta Aiudu de su turda (paesaggio del tordo) nella quale nel secolo XIV si combattè una terribile battaglia tra MARIano d'Arborea e oi Doria, che risultarono vincitori. Il vicerè Guglielmo Cervellon, costretto alla fuga riparò in una foresta, dove vinto dalla fatica e dalla sete morì. Il giudeice di Arborea lo fece seppellire nel castello del Goceano. Fulcro del paese è la maestosa basilica di san Pietro di Sorres del XII secolo in stile pisano romanico dalla elegante e preziosda facciata e dall'interno interamente costituito da conci alternati di calcare e trachite nera. Sorse come affermazione della ritrovata latinità in sardegna: ecco perché fu intitolata a san Pietro. Sorge isolata alla sommità di un colle da cui domina ampi spazi del Meilogu. Edificata in due tempi, nella 2° metà dell'XI secolo e alla fine del XII ha subito soprattutto nella facciata delle alterazioni anche arbitrarie del 1895. La facciata è spartita in tre ordini, in quella inferiore quattro arcate che poggiano su lesene affiancano la lunetta del portale racchiudendo motivi ornamentali di varia forma; nel secondo ordine tre false logge racchiudono sette arcate minori ed una bifora centrale; il terzo ordine è invece costituito dal frontone a fasce dicrome di calcare bianco e trachite scura che tre archi che sovrastano un piccolo rosone. All'interno suggestivo per la ripresa della dicronia esterna anche un sarcofagfo ed una statua di vesvovo dell'Xi secolo, una stATUa lignea di nostra signora delle Grazie di fattura spagnola, anche un ambone di stile gotico ed un rudere di antico pluteo. La pianta a tre navate divise da quattro pilastri a sezione cruciforme su cui poggiano le belle volte a crociera di trachite nera. All'esterno il monastero risalente al 1950 che ospita i benedettini ed accanto la Foresteria che da la possibilità a chi lo desidera di passare alcuni giorni di vita monastica. Nella parte posteriore troviamo i ruderi dell''piscopio e di un nuraghe. All''nterno del monastero vi è un piccolo museo di reperti archeologici rinvenutoi sul luogo e anche un laboratorioper il restauro del libro. Il colle riveste sempre grande importanza lo dimostrano il nuraghe nmonotorre di cui è ancora visibile la base e i numerosi reperti punici, romani e bizantini. Col passare dei secoli la chiesa cadde in rovina, tanto che abbandonata a se stessa divenne rifugio di animali e fienile, mentre l'episcopio fu gradualmente distrutto e le sue pietre andarono ad abbellire le case dei paesi vicini. Solo nel 1950 la rinascita. Dal colle si gode uno splendido panorama sulla campagna circostante caratterizzata dalle numerose pinnette.
Dal colle si gode un panorama mozzafiato sulla vallata sparsa delle caratteristiche pinnete. Costruzioni di pietra calcarea. Alcuni sostengono che la più romanica delle chiese non si trova a Pisa ma a Borutta. Bella facciata con tre ordini di arcate, costruiyta con alternanza di calcare bianco e trachite nwera. Pianta a tre navate con le volte a crociera. E' stata cattedrale della diocesi di Sorres dall'Xi al 1503 anno della soppressione della diocesi. Nei secoli XII e XIII esisteva la città di Sorres punto strategico conquistato dagli aragonesi che vi edificarono una bastita (fortezza di legno) nel 1333. I Doria la espugnarono nel 1347 e probabilmente la bastita fu smantellata. Parrocchiale dedicata a santa Maria Maddalena edificio settecentesco. Interessante anche la chiesa di santa Croce che hha sulla facciata un bel rosone.
FESTE: 29 giugno: San Pietro; 22 luglio: Santa Maria Maddalòena.

CHEREMULE
Nel Medio Ebvo si trovava mezzo chilometro più a nord in località Santa Vittoria. La località fu poi trascurata perché insalubre ed assai esposta alle frequenti epidwemie di malaria provocate dallas sottostante nvalletta pantanosa. Si dive che anxche l'immagine della Santa eponomia venne trafugata dai thiesini che se ne servitono per ornare la loro nuova Parrocchgiale. Pare che verso il nord del Monte Cuccuruddu vi fisse un castello. Moseddu, tomba preistorica con incisioni rupestri, detta tomba Branca a circa un chilometro prima del passaggio a livello di Campu Giavesu. E' così nota dal nome del proprietario del terreno ove è ubicata, è monocellulare con dromos di accesso. Purtroppo il suo stato di conservazione non è ottimale perché parte delle pareti e del soffitto sono crollate. Lo schema compositovo sembra suggerire l'idea di una danza, forse il ballo tondo, vi sono figure dipinte. In regione Moseddu si trovano importanti domus de janas che presentano all'interno e all'esterno graffiti preistorici raffiguranti danze tribali.
Abitato molto compatto con casette addossate le une alle altre e vie strette ed irregolari che dominano il tessuto originario o risaLKENTE all'All'Alto Medio Evo. La chiesa parrocchiale dedicata a San Gabriele Arcangelo conserva nella facciata elementi dello stile gotico aragonese, nel rosone, nell'arco sovrastante il portale e nei contrafforti che la delimitano. Il campanile appare di altezza ridotta ela bella cella campaniaria è sormontata da un cupolino, al posto dell'originaria cuspide gigliata propria dello stile in cui venne costruita. Interno ad una navata.
Giace nel cratere di antico viulvcano il monte Cuccuruddu dalla cui lava si ricava la pregevole cheremulite utilizzata nell'ediliziua per il suo alto potere isolante. Vi si giunge attraverso una digressione di 2 chilometri attraverso una pineta che porta al punto panoramico. In paese troviamo la parrocchiale di S. Gaberiele Arcangelo che conserva forme cinqyecenbtesche di un certo interesse. Nei dintorni è d'obbligo una oasseggiasta presso la fotresta di Su Tippiri. Nrl medio Rvo si trovava mezzo chilometro più a nord in località Sanyta Vittoria. Questa villa aveva come parrocchgiale la chiesa di santa Vittoria ormai distrutta. Pare che questo paese Santa Vittoria fiu trasdcurato perché insalubre e molto esposto alle frequenti epidemie di malasria provocate dalla sottostante valletta pantanosa. Si duce anxche che l'immagine della santa eponima venne trafugata dai thiesini quasli se ne servirono per ornare la loro nuova parrocchiale dedicata giustamente a santa Vittoria. EE' positovo che il clima della nyova Cheremule benchè un po' freddo d'inverno risulti più vivibile. Pare che vi fosse anche un castello veso il nord del monte Cuccuruddu.

COSSOINE<br> Si ritiene che fu fondato dai Corsi. Il paese si trova a circa 190 chilometri da Casgliari nella parte merifionale del Meilogi. In epova medievale sorgeva invece persso la località di Santu Giolzi. Si trattava di un borgo fiorente, completamente distrutto da una pstrilenza nel 1527. I numerosi ruderi di chiese e case ahhanno alimentato la credenza che prima del 1527 vi fosse una popolosa cittadina di almeno 5000 abitanbti! I pochi sopravvissutoo comunque abbandonarono quel luogo desolato e fondarono il nuovo paese intorno all'odierna Parroccgvu9ale di Santa Chiara. Si racconta che in quell'ovccasione gli abitanbti di Pozzomaggiore trafugarono la statua di San Giorgio che ancora oggi possiamo ammirare nella omonima chiesa di Pozzomaggiorwe.
ÇLa chiesa si Santa Chiara si erge lungo la via principale del psaese. Edificio tardo gotico del XVI secolo presenta una bella facciata ornata da un portale roccamente decorato e un campanile ottagonale sormontato da un pinnacolo gigliato. All'interno possiamo ammirare la stupenda cappella nobiliare e in una delle cappelle laterali, uin capitwello scolpito coin scene del ballo sardo. La piaxza dove sorge la chiesa è completata dalla canonica di impianto settescentesco, che contribuisce alla creazione di uno spazio armonico. Petrcorrendio per circa 5 chilometri un'apposita strada a fondo naturalre, è possibile raggiungere la suggestiva chiesetta di Santa Maria Iscalas (m. 602 s.l.). Fondata dai Camaldolesi nell'XI secolo (forse è più antica), appartiene ad una tipologia tardoi bizantina non frequente in Sardegna ed unixo esempio nel settrentrionbe dell'isola. Di piccole dimensioni, ha pianta a croce greca ed è interamenmte di pietra. Dal corpo centralr si dipartono quattro bracci, orientati nella direzione dei pquattro punti cardinali.; nel braccio orientale trova posto l'abside con una finestrella cruciforme. Gli interni hanno volte a botte. La chiesa, restaurata nel 1982, forse un po' troppo frettolosamente, si eleva su un dirupo del Monte Sa Costanza che già in passato fu considerato un punto strategico dalle popolazioni preistoriche (sono state trovate ossidiane labvorate e diversi cocci). Dalla chiesa si gode uno spettacolo magnifico che spazia sul cosiddetto Campu Giavesu e che fa della olocalità una sicura attrativa turistica.
Per come appare dalla Xcasrlo Dcgrelice, Cossoine fa pensare ad un nido di rapaci, ad un covo di predonui. Qualche vocazione slle scorribande pare che, almeno in passato, i suoi abitanti devono averla avuta se sono stati chiamati Iscoaccaddhos cioòàè tasgliatori di code di cavallo. La zona è ricca di anfratti misteriosi che servirono spesso e volentieri, da riparo ai malviventi (velebre mel 1700 la banda di Leonardo Malzeddu di Pozzomaggiore). Degna di menzione è anche la voragine di Mammuscone che avrebbe inghiottito nimerosi disgraziati soppressi per vendetta nel corsi degli ultimi secoli. Mel territorio circostante abbondano le acque sorgive, prima fra tutte la Funtana Jana nella quale avrebbe vissuto yna gata benedica che avrebbe reso le acque salutari. Una località dunque poco conosvciyuta che invece meriterebbe di essere visitata per le emoziopni e le suggestioni che può offrire.

GIAVE
Il paese sorge a pochi chilometri da ùBonorva, ed è dominato dal Monte Planu Roccaforte sul quale sorgeva l'omonimo castello edificato dai Doria nel 1336 e successivamente distrutto dasgli aragonesi nel 1436 dopo la sconfitta di Monteleone. Esistono appena visibili delle rovine snche se è doveroso ricordare che si trattava una piccola fortezza e non di un castello vero e proprio. A Giave fa capo la pianura di Campu Giavesu, vasta zona di origine alluvionale interessata da lavori di bonifica.
Il nuraghe Oes in esso i pavimenti erano ottenuti da tavolati lignei e non dalla tholos consueta come dimostra la mensola visibile lungo tutto il perimetro della parte interna del monumento.
Nella piana di Cabu Abbaaas, a poca distanza dalla reggia di Santu Antine in piena Cvalle dei Nuraghi sorge il nuraghe Oes con ampio parametro esterno di conci basaltici squadrati, in esso i pavimenti erano ottenuti da tavolati lignei e non dalla "tholos" consueta, come dimostra la mensola visibile lungo tutto il perimetro della parete interna al -monumento.
Sorge in posizione dominante a breve distanza dal Planu Roccaforte. Paese a prevalente economia agro pastorale. Era in qyesta zona l'antica Hafa dell'itinerario Antonino? Secondo alcuni non ci sono dubbi, era la stazione romana di Hafa. Oggi si tende a collocarla invece in territorio di Mores. Infastti, dalla SS. 131 doetro la stazione ferroviaria si vede l'isolato monte Figuini sul quale al presenza di alcune rovine romane ha indoyto a identificarvi l'antica Hafa, il nome di Giave sembra una corruzione. Nella piazza principale sorge il monumento ai caduti di Aldo Contini.
Lungo la via primcipale troviamo la chiesetta settecentesca di s. Croce del XVII secolo che all'interno presenta un altare ligneo ed un crocifisso del '600. Poco oltre si incontra la chiesa maggiore di Sant'Andrea apostolo, cinquecentesca con interessante cappella gentilesca. . Di impostazione sardo gotica specie nel campanile ottagonale con cuspide gigliata. La facciata è arricchita da un portale ad archi concentrici sormontato da colonnine che reggono due statue di santi. Interessante la sagrestia, precedentemente nota come "cappella mortuaria" nella quale sono custoditi preziosi dipinti del '700.
Nella piana di Su Sassu si trova il ben conservato nuraghe Cagules.
La chiesa dei SS. Cosma e Damiano è posta a breve distanza dal paese, presso la cima del Monte Planu Roccaforte, su cui sorgeva un castello del XVI secolo costruito dai Doria e distrutto dagli Aragonesi. Vi si giunge comodamente su strada asfaltata. La chiesa è a tre navate, interamente intonacata di bianco, con un grazioso campaniletto a torre sulla sinistra, pur non presentando caratteristiche architettoniche di rilievo, è piacevole. Si trova in buono stato di conservazione. Da qui si gode una magnifica vista dello straordinario roccione basaltico Pedra Mendarza, non lontano dal cratere spento del Monte Annaru. E' una singolare roccia basaltica che poggia isolata, su un tavolato calcareo. Si tratta forse di un'enorme bomba lanciata dal vicino vulcano il cui vasto cratere è delimitato dai monti Annaru e Poddighe. Scalarla è abbastanza facile, una volta arrivati in cima se si batte forte il piede sulla roccia la si sente risuonare come se fosse vuota. Ciò unito alla caratteristica frattura a cubi del basalto che la può fare assomigliare ad una costruzione, ha alimentato la leggenda secondo cui questa roccia è la casa delle fate. Esse abitano nella roccia e custodiscono tre forzieri. Al fortunato che riesce a scoprire la porta segreta consegnano le tre chiavi che aprono i tre forzieri: ma egli ne potrà aprire solo una pena la condanna a rimanere rinchiuso per sempre nella roccia. Dei tre forzieri uno è colmo d'oro, uno d'argento e l'ultimo contiene la "musca maghedda", una specie favolosa di voracissime mosche che tormenterebbero sino alla morte il malcapitato e tutti gli abitanti di Giave. Altri raccontano che nella roccia vi dimorano "Sas panas", le donne morte di parto che sono condannate a lavare i pannolini dei bambini per sette anni.
La chiesa di San Sisto (ex parrocchiale) sorge a brevissima distanza dal centro abitato e la domina dall'alto. Di origine medievale, dedicata a Sisto II papa, sarebbe stata, secondo la tradizione, la 1° parrocchiale del paese. Di fondazione romanica e di modeste dimensioni è a una sola navata con abside semicircolare. La semplice facciata è impreziosita da un'elegante decorazione ad archetti sovrapposti.Sul lato nord, sostenuto da sproporzionati contrafforti di periodo più recente, si apre un secondo ingresso con portale finemente lavorato. E' in discreto stato di conservazione. Se prestiamo fede alla tradizione, questa era l'antica parrocchia della villa di Iafe.
Monte Rasu: sopra questa cima di Giave si trovano le rovine appena visibili dell'antico castello di questo nome detto anche Roccaforte. Fu costruito intorno al 1336 da Nicolò Doria e dominava la via che da Cagliari portava a sassari, fu demolito dopo il 1436 dopo la sconfitta di Monteleone.
Ai piedi della montagna di Giave sembra che sia esistita l'antica stazione di Hafa, menzionata nell'itinerario di Antonimo di cui il nome Giave sembra una corruzione..
Presso Figuini domus de janas.
Lungo la strada per Bonorva si incontra l'interessante necropoli del Riu Mulinu costituita da numerose domud de janas.

MARA

Il paese, a metà strada tra Pozzomaggiore e psadra, sorge, in pittoresca posizione, su un ampio gradino trachitico, nella parte più occidentale del Meilohgu. Narra la leggenda che l'antico villaggio ebbe origibne da un gigantesco pastore errante, che scelse quel luogo per sé e per il suo gregge, difendendolo dagli abitanti del territorio circostante. Secondio alcuni il toponimo Mara deriverebbe dal francese marai cioè palude, ma probabilmente non esiste alcuna affinità tra i due termini. Appare certo invece che a fondare il centrpo siano stati nel Medioevo gli abitanti del villaggio di Bonuighinu dopo l'abbandono delle loro terre. Notevole il centro storico ben conservto, mel quale domina incontrastata la Parrocchiale di San Giovanni Battista eretta nel '500 e modificata nel '700. L'edificio a una navata presenta un notevole altare con grande ancona intagliata. La facciata, sormontata da un campanile a canna ottagona ricorda per lo stile qwuella del vicino santuario di Nostra Signora di Bonuighinu o Bonvehi. Questo è sicuramente uno dei santuari più popolari dell'isola e sorge in posizione amena a sei chilometri da Mara lungo la strada per Villanova Monteleone. Di origine antica, forse era la Parrocchiale dell'ormai scomparso borgo di Bonuighinu, fu ricostruito nelle forme attuali nel 1797. In esso si realizza iuna perfetta commistione tra arte e natura, perché in aperta campagna , in un luogo solitario e silenzioso, all'improvviso aèppare maestoso questo edificio che toglie il gfiato. Di particolare interesse la facciata di linee rococò divisa in ordini sovrapposti di colonne scanalate e arabascate: una sorta di grande retablo lavorato! La costruzione rappresenta il raggiungimento della perfezione da parte dell'artista che solo sette anni prima abeva operato nella vicina Pozzomaggiore (nella chiesa della salute). L'autore deve essere comunque uno di quei geniali "picapedras" che seppe interpretare in modo autoctonol'architettura colta del suo tempo. L'interno, ad un'unica navata con copertura a botte, è assai ragguardevole per la presenza di un''ltare di legno policromo. A testimonianza della fede dei numerosi pellegrini che hanno visitato il santuario sono stati esposti molti ex voto. >Antistante la chiesa vi è un sagrato di pietra, dal quale si sdipartono due scalinate, una in asse con l'ingresso principale e l'altra laterale, che porta al piazzale sottostante nel quale erano sistemate le antiche cumbessias (le casupole che ospitavano i pellegrini). Attualmente è in corso un restauro che sta riportando il santuario all'antico splendore.
La chiesa sorge ai piedi di un colle che ospita i ruderi dell'omonimo castello risalente al XIII secolo. Secondo la leggenda il castello fu edificato quando Mara era in guerrs contro la fortezza di Monteleone (roccaforte della famihlia Doria); altri parlano di una possibile origine iberica; altri ancora di un dominio dei Doria. Ma ciò che è certo è che nel 1412 il castello fu ceduto a Nicolò Doria e nel 1436 esso fu smantellato.
Dal santuario, attraverso una mulasttria, si possono viasitare le grotte di Sa ucca 'e su Tintirriolu (la bocca del pipistrello) e di Filiestru. Nella prima sono statri rinvenuti reperti del Neolitoico medio (3500-3000), soprattutto materiale votivo e sepollvcrale; mella seconda invece la presenza di una vena sorgiva, ha fatto notare l'ininyterrotta presenza di popolazioni dal neolitico all'età nuragica.
Per finire diciamo che interessanti anfratti naturali, unitamente alle tracce archeologiche ed artistiche. Conbtribuiscono ad aumentare i motivi per cuiil paese di Mara ed il suo territorio meritano sicuramente una visita.

PADRIA
Borgo aagricolo di gradecolo aspetto sorge su un pianoro circondato da tre colli lungo la strada stale per Alghero, bella parte più occidentale del Meilogu. E' un ventro dedito principalmente alla pastorizia ma si sta affermando con successo l'artigianato della tessitura e dell'intreccio.
Padria viene identificata con la mitica Ogryle, fondata da Iolao l'reoe tebano fedele compagno di Ercole, e soprattutto con la grande città di Gurulis vetus di cui parla Tolomeo. Si racconta che in seguito ad una calamità la città venneabbandonata e i superstiti fondarono un nuovo villaggio chiamato Gurulis nova (l'attuale Cuglieri). Successivamente slcune persone, prese dalla nostalgia, decidwro di tornare in "Patria" e di chiamare così la nuova cittadina. Con l'evoluzione limgustica del sardologuforese Patria si trasfotmò nekl'attyuale Padria. Certamente queste nobili origini sono state influenzate dalla letteratura dotta dell'800, ma è pur vero che sorgendo l'abitato odierno propril su quell'antico è difficile studiare la topografia urbana di Gfurulis.
Il territorio è cosparso di memorie nuragiche e di restui di necropoli punico romane. In una delle colline si cui sorge l'abitato, quello du San Giuseppe, è stato portato alla luce un sito preistorico nel quale sono presenti almeno tre fasi di svuilkuppo che attestano l''voluzione delle popolaziolkni nuragiche.
Di epoca neolitiva da ricordare, tra le diverse domus de janas, una tomba ritrovata in località Monte Ruggiu che, sulla parete della cells prioncipale, presenta addirittura in bassorilirvo taffigurante un tiro. Nella zona vi sono anche nolti nuraghi il più importantiedei quali è il nuraghe Lontu un bilobato in blocchi basaltici che presenta ancora intatta la copertura a tholos. Nella collina di San Paolo vi è invece una località chiamata Palattu (per l'esistenza di una casaforte) nel quale è ben visivile un tratto di muro sicuramente facente parte di una struttura militare di pertinenza fenicio punica. Di epoca punica Padria dove sono state segnalate una favissa (cella sottorrenaea situata all'interno del recinto sacro ma fuori dal tempio, che serviva come deposito èper le offerte votive).
Di epoca romana, di grande importanza, i resti di tre ponti (il meglio conservato è il ponte Ettori del quale rimangono due delle cinque arcate originarie) che documentano, l'esistenza di una fitta rete viaria. Er raccogliere il materiale che gli scavi hanno offerto , recentemente è stato allestito nei locali dell'ex monte granatico (prospiciente alla parrocchiale) un museo piccolo ma molto ben strutturato.
Al centro dell'abitato sorge la Parrocchiale di Santa Giulia, una splendida chiesa cinquecentesca (1520). La facciata in arenaria, è sorretta da due speroni laterali ed è divisa in due parti da un festone lavorato ad archetti: l'impostazione è nel suo insoeme sardo gotico catalano. L''nterno, assai rimaneggiato, è ad una navata. Le cappelle laterali coperte da volte a crociuera, hanno gli archi arrucchiti sda capitelli, mense e gemme scolpiti in pietra local. Il campanile è formato da una torre quadrata a vari piani con cella campanaria e orologia.
Un paese tutto da scoprire a soli 20 minuti d'auto dalla costa, con un centro storico bem conservato ed un immemnso patriminio artistico e naturalistico che permette una notale immersione ina dimensione più umana, fuori dalla routine quotifiana.


POZZOMAGGIORE
Il paese di Pozzomaggiore (m.438) si trova nel Meilogu a curca 180 chilometri da Cagliari. Posto su un vasto altopiano è insieme a Bvonorva e Thiesi il centro più importante della zona. Notevole è la produzione dei formaggoi e quaslla artigianale di coperte chiamate faunas, tessute nei tradizionali tealai di legno.
Il territorio è asai ricco di testimonianze del passato, possiamo ricordare il nuraghe Cae, ormai circondato dalle cae, il nuraghe Ruggiu con totrrretta laterale e diverse tombe dei giganti che hanno restituito resti neolitici.
Si racconta che nella locolità di Montoe vi dimorassero le janas. Queste la notte amavano curiosare tra la gente addormentata: se qualche umano le incuriosiva lo svegliavano bisbigliando e lo invitavano a seguirle. La loro casa posta tra kle rocce conteneva numerosi tesori, ma gli uomini prescelti non dovevano assolutamente sfiorarli in presenza delle janas. Per impadronirsene avrebbero diovuto ritornare nella minuscola casa con in mano un rosario o un oggetto benedetto. Purtropopo mai nessun yuomo riuscì ad appropriarsi del tesoro, infatti le janas erano mute e non poterono dare consigli ai mortali: ecco perché a Pozzomaggiore maoi nessuno divenne ricco.
Si dice che il paese abbia origini medievali e fu fondato dai profughi del Planu de Murtas troppo esposti alle incursioni saracene. Pare vi fossero due nuvlei sorti in periodi successivi. Il primo occupava una zona chiamata Bighinza delimitata da un costone roccioso chiuso a mezzogiornoio da un rialzo del terreno attiguo alla collinetta dove sorge la chiesa di San Pietro. Questo primo nucleo di case si estese poi lungo il costone xche poi vide sorgere la chiesa di San Giorgio. Un secondo nucleo sorse più tardi sopra un costone attiguo espandendosi poi verso la chiesa di Sata Croce. Fulcro del nuovo villaggio fu la chiesa di San Pietro, costruita sulla sommità di un colle, in posizione dominante. La chiesa di origine tardo romantica venne ampliata in epoca successiva, quando fu costruita una seconda chiesa con caratteristiche diverse dedicate a san Nicokla. Lasciata andare in rovina l'impianto èoriguinaria è stato recentemente restaurato, prendendo come modello per la facciata la vicina chiesetta di San Nicola di Trullas. Merita sicuramente una visita la parrocchiale di San Giorgio. L'edificio, in stile gotico catalano, risale al 1570, anche se il ritrovamento di una lastra tombale datrata 1551, fa pensare all'esistenza di un'altra chiesa. La facciata è cispidata e presenta un portale circondato da archi sagomati e un timpano con ampio rosone. Il campanile è a canna quadrata, sormontato da una guglia gigliata. All'interno si può ammirare la presziosa statua lignea del santo, che si dice appartenesee alla popolazione di Cossoine. La chiesa è stata recentemente restaurata , così come la pregevole chiesetta di Santa Croce, con un carateristico campanile a vela. Consebva antichi affreschi.
Risalente al 1790 è la chiesa della Madonna della salute, chiamata anche di S. Agostino e del Convento perché annessa all'ex convento degli Agostiniani. Interessante la facciata, scompartita per campi medianbte ordini sovrapposti con particolari intagliati come fosse legno. Il fronteone, di forma circolare, è sottolineato da una decorazione a nastro. E' 'na delle ultine operfe dei cosiddetti picapedras: sette annoi dopo lo stesso artista costruirà il suo capolavoro nei pressi di Mara, il santuariiio di Nostra Signora di Bonuighinu.
Sul ciglio di un costonme trachitico, a breve distanza dal paese, sorge la chiesa di Nostra Signora delle Grazie. Risalente presumibilmente al XVI° secolo ha subito varie manomissioni e un recente restauro che pare poco oxculato., Conservca unb interessante portaletto in stile gotico catalano. La festa prinmcipale del paese è quella di san Coistantino (un santo mai esistito), che si celebra il 6-7 luhglio. Ricalcata sulla più celebre sagra di Sedilo, e ripropone la vittoria del Cristianesimo sui pagani e l'inizio della libertà di culto per la nuova fede (si ricorda la disfatta di Massenzio al ponte Milvio nel 312 subita a causa dell'imperatore Costantino).
Lla festa ha origini recenti, risale infatrti agli anni 20 quando i fedeli (soprattitto i reduci della 1° guerra mondiale e gli emigrati) decisero di erigere un santuario per assolvere alle promesse fatte al santo. Nell'arco di tre soli anni, tra il 1920 e il 1923 fu costruito il santuario, in dtile liberty di San Cistantino.
L'aspetto più interessante della festa è costituito dall'Ardia. Ogni anno il comitato organizzatore sceglie il priore chiamato Oberaju Majore che ha l'obbligo di conservare la bandiera di San Costantino per un anno e il diritto si scegliere su kaddu e' punta (1° cavallo) che dovrà guidare l'Ardia portando l'effigie deol Santo.
Abbiamo due corwse, una la sera del 6 luhlio e l'altra la mattina del 7 in comncomitanza con la santa Messa (unione simbolica di csaro e profano).: per oltre due ore si assiste ad uno spettacolo entusiamante di corse a pariglia con i cavalli lanciati al galoppo. Gli stessi giri effettuati intorno alla chiesa sono carichi di simbologia: quelli in senso antiorario rivolti contro il male, quelli in senso orario verso il bene. Dunque un'altra realtà della sardegna poco conosciuta che invece meriterebbe magguiore attenzione da parte dei visitatori, sardi e non.
REBECCU
A circa sette chilometri da Bonorva, su uno sperone roccioso sorge il piccolo villaggio di Rebeccu. Di origine medievale, conobbe il massimo splendore nel XIV secolo, allorchè decaduta l'antica villa di Addes, divenne sede residenziale del curatore di Costavalle una delle curatorie del Giudicato di Torres). La leggenda invece ifdentifica il curatore con re, tanto che la roccia su cui è stato edificato il paese viene chiamato "castello2. Si racconta che vi abitassero il re Rebellu e sua figlia Donoria che era una strega. Costeoi con un maleficio trasformò il padre da Rebellu in Rebeccu (re Bvecco o caprone). La domnna era temuta da tutta la popolazione che alla fine riuscì a scacciarla, ma essa lanciò un maleficio sul paese: "Rebeccu Rebecchei dae trinta domos non movei!" (Rebeccu, non supererai mai le trenta case!ù). Da allora si succedettero le epidemie che decimarono gli abiranti, molti dei quali fuggirono e diederono origine col tempo alla cittadina di Bonorva. I pochi coraggiosi invece continuarono a vivere a Rebeccu, stando bene attenti a non costruire altre case per paura che il paese crollasse..
In realtà la decadenza è attribuibile non già alla maledizione di Donoria, quanto alla rapida successione di pestilenze, carestie, frame e poi alla rapida espansione di Bonorva. Oggi il paesino si presenta aui visitatori come un paesino fantasma del vecchio Far West, con la quasi totalità delle case abbANandonate e pochissime persone che vi dimorano stabilmente. Un luogo isolato che si anima soprattutto mnei mesi estivi anche grazie alla presenza di un ristorante pizzeria che attita le persone anche per l'amenità del luogo. Poche case dunque raggruppate intorno alla Parrocchiale di Santa Giulia, una chiesa in miniatura che presenta un rozzo campanile.
A poca distanza dal paese troviamo invece l'antica fonte di Lumarzu, costruita dai nuragici e utilizzata poi in età romana e cristiana. Una fonte, da cui pare scaturisse acqua miracolosa (sono stati trovati anche degli ex voto).
Sempre nei dintorni prima del bivio per Rebeccu, sorge isolata in posizione pittoresca la chiesetta di San Lorenzo. Risalente al XII secolo, ha un''nica navata e presenta un campanile aggiunto successivamente. Ridotta ad un vero e proprio rudere, è stata restaurata alcuni anni fa. Propriola sua presenza uin una piana deserta., come una sorta di vedetta, le permette doi creare un'armonia assoluta tra architettura e paesaggio, che le conferisce un'ulteriore suggestione.
SEMESTENE
Un itinerario nuovo tutto da scoprire ci porta nel piccolo paese di Semestene nel cuore del Meilogu, a metà strada tra Bonorva e Pozzomaggiore.
Si racconta che in origine il luogo dove oggi sorge il paese, fosse uno dei sette quartieri della grande città romana di "Truddas" (sei chilometri di estensione): quello di Santu Jolzi, dal nome della chiesa omonima. Una zona molto ricca, dedita soprattutto all'agricoltura e alla pastorizia e popolata dai cavalli verdi, creature misterilse, ma di grande valore economico. Il loro colore dipendeva forse dalla presenza , nel loro pelo, di un'alga particolare. Nella notte dei tempi, a causa di un maremoto, essi perirono con l'intera città. Tutto scomparve ad eccezione delle chiese e proprio intorno ad una di esse,. Quella di San Giorgio, i pochi sopravvissuti decisero di riedificare le loro case. Mentre erano intenti alla ricostruzione, si presentò loro uno sconosciuto che chiese :"Semes tenes? (hai semi?). Per quelle persone la singolare richiesata fu un segno del destino e così decisero di chiamare il nuovo paese Semestene.
Un paesino a misura d'uomo, rimasto praticamente immutato nel corso dei secoli. A questo proposito si può richiamare alla mente una leggende risalente ai primordi del paese. Si dice infatti che i rapporti tra i semestenesi e il loro parroco non fossero molto buoni, i litigi e i dispetti si susseguivano sia da una parte che dall'altra, fino a quando il religioso, esasperato, lanciò una maledizione sugli abitanti: "Mai remediu nd'heppedes" (che non possiate mai rimediare alle vostre disgrazie). Ecco spiegate le ridotte dimensioni del paese!
Facendo un rapido excursus storico, possiamo dire che la zona fu abitata da popolazioni nuragiche che hanno lasciato domus de janas, tombe dei giganti e soprattutto nuraghi, molti dei quali però sono ormai distrutti. Simbolo di questo periodo è comunque il nuraghe d'Iscolca, una monumentale costruzione ciclopica, divenuta col tempo una sorta di presidio, una postazione di vedetta contro le frequenti incursioni saracene. E' stata accertata anche la presenza romana, in particolar modo nella regione di Truddas (naturalmente non esiste alcun legame con la mitica città), dove sono state rinvenite tombe e monete di età tardo imperiale. Nel corso dei secoli il paese è entrato sotto la giurisdizione del Giudicato di Torres (Meilogu sta proprio a significare "al centro del giudicato"), nella curatoria di Costa de Addes (o Costavalle), ed in questa veste ne ha seguito le sorti fino al suo sgretolamento.
Semesteme è tormato alla ribalta della storia negli anni 1793-96, prendendo parte attiva nei movimenti antifeudali. Proprio il parroco del paese, Padre Francesco Muroni (Bonorva 1755- Sassari 1820), fu uno dei maggiori collaboratori dell'Angioy, dal momento che traducendo in dialetto i doscorsi dell'Alternos, riusciva con maggiore efficacia ad eccitare gli animi della povera gente. Da allora il piccolo borgo posto ai piedi del vulcanico Monte Benazzosu (m. 587), sembra essersi addormentato nel tempo con le sue linde e strette stradine che portano al piazzale della splendida Parrocchialr di san Giorgio. Risalente al XII sdecolo e modificata sostanzaialmente nel '500 essa domina oltre una scalinata con la vella facciata gotica aragonese e l'alto campanile quadrato.
Ma ciò che attira maggiormente i visitatori è la chiesetta di san Nicola di Trullas, posta a circa due cilometrio dal paese, lungola strada per Pozzomaggiore. La sua esistenza è documentata a partire dal 1113, quando Pietro Athen signore di Pozzomaggiore, la donò ai Camaldoklesi con un monastero e una dote di terre, uomini e animali, ma sicuramente ha origini più antiche. Dal punto di vista artistico, la chiesa ha una sola navata ed appartiene alla serie di piccole chiese di tipologia pisana presenti in tutta la zona. L'interno alquanto semplice, anche se recentemente sono stati riportati alla luce parti dell'originale affresco, fa pensare all'influenzo del Maestro d'Ardara. Le splendide pitture che gradualmente stanno venendo alla luce per soggetto, modi e cromia, possono classificarsi di età romanica e culturalmente vicini ai grandi cickli decorativi benedettini. Costruita con materiali poveri sorge su una lieve prominenza formata da pietre e calcinacci segni di antiche rovine. Purtroppo un restauro alquanto prossimativo ha alterato l'originale bellezza della facciata, deturpata da un'"orrenda" colata di cemento.
La chiesa è priva di campanile, distrutto si dice nel corso del leggendario maremoto. Rimanevano però le campane, che un giorno furono trafugate dagli abitanbti di Oristano. I semestenesi iniziarono subito le indaginbi e non fu difficile risalire ai veri colpevoli. Infatti, le campane erano cpsì pesanti che per portarle via fu utilizzato un carro trainato da sette paia di buoi che lasciò profonde tracce sul terreno. Dopo sette giorni i fuggitivi furono raggiunti, ma la lotta che ne seguì non evbbe né vincitori né vinti. Le parti allora giunsero ad un accordo: le campane potevano rimanere ad Oristano, con l'obbligo di utilizzare in caso di incendi e nelle feste di Santa Croce e della Madonna del Rimedio. Al di là del racconto popolare la presenza delle campane ad Oristano ha un fondamento storico bemmn preciso, dal m omento che nel corso dei Secoli XIV e XV la curatoria di Costa de Addes (di cui il paese faceva parte )passò sotto il controllo del giudicato di Arborea e poi del Marchesato di Oristano. La tradizione orale vuole che la chiesetta di San Nicola sia stata innalzata sopra una preesistente chiesa sotterranea sconosciuta a tutti, nella quale "su dimoniu" avrebbe nascosto un ingente tesoro (secondo alcuni potrebbe essere una statua di San Nicola completamente d'oro) cherer solo una persona coraggiosa , impassibile anche di fronte al diavolo riuscirà a conquistare!
In prossimità della chiesa si trovava un monastero camaldolese (oggi distrutto) nel quale è stato rinvenuto un condaghe, iovvero il registro patrimoniale, scritto in logudorese, utilissimo per l'analisi dello sviluppo economico sociale della zona, ma soprattutto studiato dai linguisti come uno dei più antichi documenti della storia sarda. Nei dintorni è interessante anche la cosiddetta Tuvara, iuna grotta naturale nella quale in passato trovavano ricovero almeno trecento pecore. La festa primncipale del paese è quella di San Nicola che organizzata dagli obrieri è articolatas in diversi momenti. Innanzitutto, nei primi giorni d'agosto, si va in processione alla chiesetta di san Nicola dove è custoditoa la statua del santo e la si porta in paese. Ùuna settimana dopo iniziano le celebrazioni vere e proprie che uniscono il sacro al profano, siccessivamente la statua viene riportata nella sua isolata chiesetta. Tre giorni che comunque ripopolano il paesino, purtroppo svuotato dalla forte emigrazione degli ultimi decenni.
Per finire possiamo dire che semestene può essere un punto di partenza per ulteriori escursioni. Distanti solo pochi chilometri si possono visitare luoghi d'interesse archeolofico come l'ipogeo di S. Andrea Priu nel territorio di Bonorva; il complesso nuragico doi S. Antine a Torralba; la chiesa romanica di S. Pietro di Sorres a Borutta oppure l'Abbazia di Saccargia. Uun'oasi di pace e tranquillità per chi, dopo un anno trascorso nel traffico cittadino vuole ruiposarsi titornando per un attimoi ad una dimensione più umana.

SILIGO
Siligo è un paese da scoprire. Disposto a mezza costa sotto il vulcano spento del Monte Pelao, offre infatti un mondo variegato di bellezze archeologiche, artuistixche, paesaggistiche e naturalistiche. Piccolo centro del Meiologu, presenta un aspetto urbano integro e composto, con vecchie case e vicoli. La chiesa parrocchiale, dedicata a sanyta Vittoria, risale al XVI secolo, ma della struttura originaria conserva solo la volta a crociera del presbiterio,. La tradizione poplare vuole che proprioin questo edificio sia stato seppellito Ubaldo de Visconti, marito dell'infelice Adelasia di Torres, morto nel 1238. Questa suiggestiva ipotesi non ha però nessun valore storico, per il semplice fatto che il tempio fu costruito solo trecento anni dopo! Si dice che nei pressi del vuillaggio, in una località chiamata Funtana Pinta, vivessero delle janas (fate). Un giorno un giovane tentò di derubarle di un prezioso scialle tessuto con fili d'oro che esse avevano steso all'aria ad asciugare. Egli si avvicinò all'oggetto del suio desiderio, lo prese ecorse via a perdifiato. Spronò il suo cavallo affinché corressse più veloce del vento, ma le fatine non gli diedero tregua e anzi riuscirono a far imbizzarrire l'animale. Il cavallo disarcionò il padrone che si trovò faccia a faccia con le misteriose creature. Nessun uomo era in grado di sopportare il loro squardo e infatti il ragazzo si trovò pietrificato: mai tentare di deribare le janas con la forza e l'inganno! Al di là delle leggende, il territorio circostante fu abitato sin dai primordi come testimoniano lko splendido nuraghe Conzattu e le numerose ossidiane lavorate. Di grande interesse archeologico sono invece due domus de janas, riutilizzate come saccelli in età paleocristiana. Stiamo pRLAndo del Crastu de sa femina e del Crastu de S. Eliseo. Quest'ultimo è sicuramente quello più importante. Da un'enorme masso, staccatosi dalle falde del Monte santo, è stato ricavato uno spazio architteronico che si sviluppa su due livelli. Mentre il piano inferiore doveva essere reiservato al culto, quello superiore suggerisce una destinazione all'usio abitativo (destinazione che appare naturale se si considera l'altezza dei vani e la presenza di finestre). Varie le attrative nei dintorni. A breve distanza dalla SS.131 si può vedere la chiesa di San Vincenzo Ferrer. Tipica costrizione di origine secentesca, è caratterizzata dai contrafforti doi sostegno che la rendona tozza nel prospetto. Ha facciata a vcapanna, ingentilita da un rosoncino sopra il portale d'ingresso e da un campaniletto a vela.
Probabilmente era la parrocchiale del distrutto villaggio di Villanova Monte santo. Ancora non lontana ffslla superstrada m,erita una visdita la chiesetta di Santa Maria Bubalis.
Queste chiese solitarie, sullo sfondo di paesaggi rimastoi immmutati da secoli, costituiscono una delole note più gentili dell'isola. Questa in particolare, come un gioiello prezioso, è di dimensioni ridotte, ma di valore inestimabile. L'edificio in origine doveva essere una modesta stazione termale, come attesterebbero la form,a dell acostruzione e i resti di canalixzazrione all'interno. Si suppone che ai tempi di Mecenaste, un certo Arnus, nativo diell'antica Plubium (Ploaghe), per onorare il suo protettore avesse fatto erigere uno stabilimento termale chiamandolo "Ad Pubulus" dal nome di suo padre. Nell'XI° secolo, con il rifiorire del fervore religioso in Sardegna, i Benedettini la Riadattarono ad edificio eeligioso. La chiesa rappresenta uno dei più antichi monumenti dell'architettura cristiana in Sardegna. Costruita secondo la tecnica romana a strati alternati ed irrefolari di trachite nera e di mattoni cotti rossi, legati da malta, presenta una caratteristica forma coircolare. E' costituita da un corpo cilindrico centrale, con copertura a volta da cui si dipartono tre absidi e una cappella rettanfolare. Sul lato prospicente la stradfa si aptre una porticina d'ingresso, mentre accabto ad essa vi sono dur grandi finestre ad arco di mattoni (ora chiuse ad ingerriate). Intorni si possono ancora notare modeste testimomianze di mura, avanzi dell'antico mionastero dei benedettini. La chiesetta è conbosciuta anche come Nostra Signora di Mesumundu, con riferimento alla cupola semisgeriva che la sormonta.
Adesso possiamo avventurarci aòlla sciperta del Monte Santo (m. 733). Si tratta del più tipico esempio del vulcanesimo recente, al centro di una zona che per i particolari tratti paesistici e la peculiarità dell aformazione geologica è stat vhiamata "Alvernia Sarda". Sulla sua sommità si trova la chiesetta intitolata ai Santi Elia ed Enoch. Qui si stabilirono i monaci benedettini (ecco il perché del toponimo Monte santo) nell aloro prima istituzione nell'isola., forse alla ricerca di solitudine, affinchè i monavci novizi potessero dedicarsi interamente aglistudi. Barisone I giudice del Logudoro, volendo nel suo regno la presenza benedettina, chiese all'abate di Montecassino, Desiderio, che gli mandasse qualche monaco. Durante il viaggio la nava che porttava i relikgiosi sull'isola fu presa d'assalto dai pisani. Il giudice rinnocò la sua richiesta e nel 1064 (due ani dopo) i monaci arrivarono e ricevettero in dono la basilica di Nostra signora di Bubalis e della dei SS. Elia ed Enoch. Questy''ltima a due navate, fu costruita presumibilmente nel''I° secolo ed è considerata la più antica chiesa sarda a due navate. La facciata è alquanto semplice, a capanna e priva di camopanile. Alcuni restauri del 1920 e del 1946 l'hanno profondamente alterata, intonacandola completamente. Le due navate sono divise da belle arcate bicolori poggianti su due tozxzi pilastri. Originale anche il pavimento in trachite rossa. La navata di destra ha attualmente al posto dell'abside un altare dedicato a S. Elia; quello di sinistra invece ne ospita uno dedicato ora a S. Eliseo, mentre in oppasato era intitolato ad Enoch e fino all'inizio della II° Gierra mOndiale presentava un'antica statua lignea del patriraca, epurata in epoca fascista per motivi razziali (nella zona era forte la presenza di ebrei).- Nelle vicinanze della chiesa è stata attestata la presenza del castello del Monte Santo, probabilmente risalente al tempo dei saraceni e utilizzato dalle popolaziolni circostanti come ricovero sicuro contro gli infedeli. Siligo ha assunto una certa notorietà dando i natali allo scrittore Gavino Ledda che qui ha amvientato le vicende xddel suo romanzo Padre Padrone e alla grande cantante, recentemente scomparsa, Maria Carta.
Un paese we un territotio da visitare per andare alal sciperta dei tesorio nascoasti che la nostra bellissima ci offre.
Ancora una chiesetta nei dintorni dell'abitato di siligo. E' la bizantina Santa Maria di Mesumundu. Ha la cupola a forma di emisferop e la planimetria circvolare musura 10 metri di diametrio. Mnella cbuiesetta siono i resti di un anticio edificio termale di epoca romana un calidarium sdottoposto a successive trasformazioni.

THIESI<br> Thiesi è tra i centri più importanti del Meiologu. E' noto soprattutto per la presenza di numerosi caseifici, per l alavorazione della lana e delle pelli e per la produzione di mobili a livello industriale. Il suo territorio fu abitato sin dall'età preistorica, ne è testimonianza a circa 12 chilometri dall'abitato la Grotta Sa Korona in località Monte Majore, una caverna abitata da genti di cultura Bonu Ighinu e San Michele che usavano utensili di ceramica e conoscevano il rame. A circa 12 chilomatri dal paese, in una zona difficilmente raggiungibile è stata scoperta una grotta vje fu usata come aburazione.
Estremamente interessanti sono sicuramente gli ipogei di Mandra Antine, delle domus de janas eneolitiche che culminano nella cosiddetta tomba dipinta, completamente ricoperta da interessanti decorazioni (ciò ha fatto pensare al culto del sole).
Degno di menzione è anche il nuraghe Front'e mala, che presenta un'insolita pianta rettangolare a corridoio. Risalente forse alla fine dell'età nuragica, domina dall'alto il lago artificiale dl Bidighinzu che rifornisce gli acquedotti di Sassari, Alghero e Porto Torres. Sulla strada Thiesi Romana si incontra il nuraghe Maiore e una grotta omonima abitata in età preistorica.
Probabilmente l'antico nome del paese era Tigesi e si hanno sue notizie a partire dall'XI secolo. Una leggenda fa risalire al nascita del centro ad un gruppo di Ebrei che, braccati dagli arabi avrebbero trovato scampo ai piedi del Mpnte Pelao.
Pare accertato invece che sia stato fondato dai profughi dei villaggi vicini, distrutti nel corso delle scorrerie arabe del 1015-1016. La cittadina è passata alla storia come "villa antifeudale", per l'aiuto che diede alla fine del '700 all'Angioy e per la ribellione della popolazione nei confronti del feudatario, il duca dell'Asinara che rispose assaltando e incendiando parte del villaggio (6 ottobre 1800). L'avvenimento è ricordato da un murale di Aligi Sassu, chiamato proprio "s'annu de s'attaccu" (l'anno dell'assalto).
Thiesi si trova sulle pendici orientali dell'altopiano Su Montiju, sopra un piccolo pianoto quasi ai piedi del Monte Pelao, ed ha una caratteristica forma triangolare, con i vertici rappresentati dalla casa comunale, dal santuario di Seunis e dal bivio per bessude.
Fulcro dell'abitato èèè la splendifa parrocchgiale di santa Vittoria. Eretta intorno al 1450, costituisce un notevole esempio di stile gotico aragonese. La facciata è arricchita da un bel portale gigliato, completato da rozzi rilievi sull'architrave e un bel rosone sul timpano. L'interno ad una navata, con arcate e volte a costoloni, fu probabilmente rifastto nel corso del XVI secolo. Notevole il pulpito di legno intagliato e l'antico altare maggiore poggiante su rozzi pilastri di pietra.
Progettata da architetti aragonesi, fu portata a termine in epoche successive. Il nome della titolare, Santa Vittoriam, starebbe a significare la vittoria ottenuta dagli araginesi sui sardi. Meriterebbe una visita anche il palazzo comunale della famiglia Manca, gli antichi feudatari che ottennero il feudo di Thiesi dopo essersi distinti nel corso del lungo assedio di Monteleone Roccadoria (governarono per circa 400 anni!). Una dimora assai modesta (recentemenytr restaurata) che serviva soptrrattutto agli amministratori ed ai famigli. In origine in questo luogo vi era un castello, di cui rimane solo una torre utilizzata nei secoli scorsi come prigione.
Chiesa secentesca a cui era annesso un convento. Conserva vari dipinti, statue e soprattutto nell'altare maggiore una statua di alabastro del santio patrono, purtroppo in stato di abbandono. In prossimità fel bpaese sorge la chiesa di San Giovanni Battista (1600), con un campaniletto a vela ed una navata absidata. Rimasta inalterata nel tempo, ha mantenuto le sue strutture originarie, conservando tutto il suo fascino: oggi risulta però quasi nascosta dalle numerose piante di frutto che la circondano!
Contemporaneo alla Parrocchiale è il santuario di S. Maria di Seunis. Racconta la tradizione che un contadino , mentre arava il suo campo, sentì l'aratro inciampare su qualcosa. Glki stessi buoi si fermarono quasi trattenuti da una mano invisibile, il poveretto iniziò allora a scavare e si imbattè in una cassetta. Sperò di aver recuoperato un tesoro e invece aprendola si trovò di fronte un simulacro della Madonna. L'uomo, trepidante, accolse la scoperta come una vocazione e corse a narrare a tutti la novità. Incoraggiatoo dall gente offrì alla Madonna il proprio campetto e iniziò la costruzuone dela chiesa. Oggetyto di culto particolare. Chiesa in stile semplice e severo è stata rimaneggiata nel sei settecento. Sorge all'estrema perigeria del paese in un piazzale panoramico. La facciata priva di campanile sdi presenta con un timpano ricurvo e un'ampoiia bifora in asse con il portale. L'interno a tre navate presenta l'abside decorato da una gloria di angeli in stucco e un trono marmoreo ottocentesco che accoglie l'antivco simulacro della Vergine, assai venerfato in tutto il Meilogu. Nella facciata trionfano l aporta ed il rosone superiore con traforo elegantissimo a raggiera. Sui piedritti del portale decorati da fasci di colonnine, poggia un architrave monolitico in cui sono scolpite nove figure di santi entro nicchiette.
Parrocchgiale di Santa Vittoria conb due dipinti il Crocifisso con San Francesco e Maria Maddalena.
San Sebastiano con la statua del santo alabastro
Grotta di Monte Majori.


TORRALBA
Il centro, posto nel cuore del Meilogu, è dedito prevalentemente ad una economia agro pastorale, ed è conosciuto soprattutto per al presenza , nel suo territorio, di numerose vestigia prenuragiche e nuragiche di grandissimo interesse.
Il clima mite, la fertilità del terreno, la presenza di molta acqua e il riparo dai paericoli che potevano venire dal mare, hanno favorito fin dalla preistoria gli insediamenti umani che risalirebberoal neolitico recente (3500-2700 a.C). Possiamo ricordare le domus de janas de Su Siddau e santu Jorzi scavate su un costone roccioso nei pressi della Caròlo Felice, e il dolmen Su crastu covaccadu che prsenta alcune incisioni, probabilmente simbolixche.
I monumenti più importanti sono comunque quelli del periodo nuragico: in un'area di 36,7 Kmq sono presenti i resti di curca 30 nuraghi e 10 tombe dei giganti! Parte delle tombe dei giganti sono purtroppo andate distrutte, quelle meglkio conservate sono la tomba di Sa pedra longa e quella di Su crasdtu covaccadu.
Ma al notorietà della zona, chiamata valle dei nuraghi, è dovuta soprattutto alla Reggia Nuragica di dantu antine, cioè San Costantino. Perq uamnto non sai stato portato all'onore deglia ltari, è venerato in sardegna come un santo.
Questa salì alla ribalta nel secolo scorso grazie ai saggi di scavo effettuati dal Principe di carignano Carlo albertio, dal geografo AlbertoLamarmora e dall'archeologo canonoicoo giovanni Spano. Le infagini specifiche invece iniziarono solo nel 1933 con Antonio taramelli e futono seguite da successive campagne di scavo. Furono dunque scioperte diverse astrastificazioni che ci permettono di affermare una continuità di vita dall'età del Bronzo Medio all'aLto Medioevo. Il complesso nuragico, a circa 1 chiikometro dalla Carlo Feklice, si compone di un torrione centrale o mastio, di un bastione triangolare e trilobato e dal villaggio di capanne. L'edificio non è abbandonato ed è facilmenre visitabile perché è custodito dai giovani di una copperativa turistiva che sono in grado di fare da guida. Di recente è stato dotato anche di un impiantri di illuminazione. Il torrione centrale di m. 17,55 è stato abbatrtutto in parte da qualche nrmico, e in parte, cosa pur grave, fagli abitanti di Torralba che nel secolo scorso usarono i bei blocchi squadrati per la costruzione di una fontana. L'eccezionale esempio di tecnica costruttiva avvalla la tesi dell'opera militare. Si entra nel nuraghe attraverfso un'apertura che immette in un coertile scoperto. A sinistra si eleva la scala spirale vje si avvolge in senso orario, mentre a destra parte un corridoio che corre tutt'intorno. Lungo la scala si arriva alla sala del 1° piano,, che presenta un sedile di pietra lungo la parete (probabilmente si trattava di un'aula di riunione del parlamento o della corte). Continuando per la scala, si arriva alla camera superiore, distrutta in aprte nel secolo scorso, da cui si gode una splendida vista della valle circostante. Pare che il suo uso sia contionuato fino ai tempi della conquista romana: lo attesterebbe la presenza di tombe romane nei dintoprni.
Per avere una panoramica completa della storia dcella zona è d'obbligo visitare il museo della Valle dei Nuraghi del Logudoro Meilogu, allestito nel 1988 a torralba. Il museo presenta una sezione etnografica dove vengono proposte mostre moniografiche a carattere temporaneo; una sezione archeologica, stabile, dove sono stati raccolti reperti della zona; e un giardino lapidario nel quale sono esposti 16 miliari, con iscriziolni ed epigrafi, rinvenuti nell'agro comunale.
A 2 chilometri dal nuraghe di s. Antine, si erge maestosa la chiesa di Nostra Signora di Cabu Abbas realizzata in stile pisano.. Risalente all'XI-XII secolo, ebbe oin passato grande importanza doprattutto per la presenza di un monastero di monaci dfi Montexassinmo. Interamente in conci di calcare è priba di campanile ed ha una sola navata. Nella facciata va capanna, è inserita yna scultura antropomorfa di difficile interpretazione;: secondo alcuni si tratterebbe di una divinità precristiana, mentre secondo altri sarebbe il Buon Pastore.
A poca distanza dal Paese è facilmente raggiungibile la chiesa dello Spirito santo. Edifivccata nel 1600, accanto ad un nuraghe, presenta una facciata a capanna. La festa, celebrata il martedì dopo la Pentecoste, ja molto seguito tra la popolazione di rrTorralba e comprende manifestazioni civiluii e una processione di cavalieri in costume. Sul bordo fi un colle calcareo, in incantebole posizione, sorge la chiesda vdi S. Antonio. Risalente al 1600, presenta una facciata timpanata, mentre all'interno si puàù ammirare un preziosissimo altae barocco. A pochi metri dci distanza si conservano i ruderi della chiesetta medievale di S. Antonio Abate, ad un'unica navata con pianta rettangolare ed un bel portale con arco a tutto sesto.
All'estrema periferia di Torralba troviamo invece lòa chiesa di S. Andrea il cui impianto originario è del VII VIII secolo. La primitiva cappella di età bizantina, in scura pietra vulcanica, è stata prolungata in età romanica con un paramento in candido calcare creando una bizzatta bicromia tra le due parte.. ancora consacrata nel secolo scorso è purtroppo in totalke abbandomo. Per finire è doveroso ricordare la parrocchile di S. Pietro edificio tardo gotico xche rappresenta uno degli esempi più interessanti dell'isola di architettura in transizione tra il gotico e il romanico con i suoi sette altari. Trovarla non è semplice, ci fa da guida il campanile che ci guiderà alla periferia di Torralba. La facciata alquanto semplice è caratterizzata da due pesanti contrafforti; l'inyerno invece con volta a crobiera colpisce per il bianco dekle pasreti, delle scampate e delle volte che rappresentano l'ideale cornice per l'altare ligneo del presbiterio. quello di Oes (Giave) che trovasi a circa ottocento metri da quello di S. Antine e di cui si ha una visione suggestiva dal finestrone del mastio del nuraghe S. Antine.

Il nuraghe di Santu Antine sorge nel territorio del comune di Torralba, in provincia di Sassari, sull'altopiano del Meilogu, nella piana di Cabu Abbas. Vi si arriva voltando a destra al km 172 della superstrada Cagliari-P.Torres; Il nuraghe è denominato Santu Antinine (San Costantino) ma la denominazione più usuale, popolare, è: Sa Domo de su Re (la Casa del Re), cioè Reggia nuragica. Attorno si notano una decina di nuraghi dei quali il più importante è il già citato nuraghe Oes di Giave. Vorremmo fornire qualche notizia inerente il nuraghe; attualmente è alto 17,55 metri, mentre il Nuraxi di Barumini ne misura metri 14,10, in origine ne misurava almeno 21, e si ergeva su tre piani.
Alcuni particolari ci hanno colpito in modo particolare. Nella cella circolare al piano terra, vi è un particolare oltremodo interessante. se si prende un foglio di giornale, lo si arrotola e gli si dà fuoco in cima, agitando questa specie di fiaccola, si noterà che non una scintilla cadrà sul pavimento in terra battuta, ma le scintille della fiaccola agitata tenderanno a salire verso la volta: significa, questo che esiste un passaggio, un tiraggio degno dell'opera dei migliori maestri muratori. Probabilmente, questo passaggio permetteva di comunicare con la cella superiore e viceversa... davvero singolare! Altra cosa che notai, anzi che mi fu fatto notare durante la mia prima visita di tanti anni fa, la cella del primo piano anch'essa circolare, con un bancone ed una nicchia. Quello che mi ha colpito (ora a causa di due fari che servono ad illuminare la cella, se non si coprono i fari con dei giubbetti), il fenomeno è irripetibile, ma, se si
provvede come detto, si assiste ad un singolare fenomeno, se uno dei presenti si siede sulla nicchia e gli altri visitatori sul bancone circolare, quest'ultimi non vedono minimamente la persona che sta seduta nella nicchia, mentre questa vede perfettamente illuminati i volti dei visitatori seduti sul bancone. Detto che gli scavi hanno messo in luce un certo numero di capanne circolari, ma anche capanne lineari di età certamente romanica, prima di concludere ci piace concludere con le parole autorevoli del professore Contu:- Comunque nuraghe e capanne costituiscono uno dei più interessanti esempi di architettura di tutta l'antichità preclassica del Mediterraneo.